35 ANNI IN SICUREZZA

Diario di una vita in sella

35 Anni in Sicurezza - Prologo

Sono passati 35 anni dalla prima volta che sono salito su due ruote spinte da un motore a scoppio più o meno potente....

35 anni che mi hanno visto percorrere oltre 600.000 km in ogni condizione di impiego raccogliendo sensazioni ed emozioni quasi indescrivibili ma certamente meravigliose.Oltre 600.000 km che hanno anche registrato il seguente numero di incidenti e/o cadute: 0

A fronte di questo imprevisto risultato in un mondo delle due ruote in cui, attualmente, esistono un sacco di ciarlatani che si mettono a parlare di sicurezza solo perché hanno una moto ed un minimo di visibilità mediatica NON andrò a dirvi cosa dovete o non dovete fare per non farvi male, ma semplicemente racconterò la mia storia motociclistica cercando di analizzare i perchè di questo mio "successo" personale.

 


Un racconto che NON vuole insegnare niente a nessuno, di quelli che vogliono insegnare pieni di cicatrici e vivi per miracolo c'è ne sono già anche troppi.

 

Alla prossima puntata.

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35 ANNI IN SICUREZZA - 1) La Scelta della sicurezza

Esistono sostanzialmente due tipi di sicurezza.

 

1) Sicurezza Attiva

Che prevede la messa in atto di tutti gli accorgimenti possibili per far si che l’evento funesto NON accada

 

2) Sicurezza Passiva

Che prevede l’adozione di tutte le protezioni/accorgimenti possibili per ridurre le conseguenze in caso di caduta/incidente

 

Per mia indole risultava fin da subito decisamente impossibile pensare ad una “posizione passiva”; condizione che in nessun modo ho mai preso (e mai prenderò) in considerazione come prioritaria nella mia vita in nessun caso; l’unica e risolutiva possibilità era quella di affidarsi in tutto e per tutto alla condizione Attiva, l’unica in grado di garantire in maniera inequivocabile la mia sicurezza.

Oltretutto la mia esperienza maturata prima dell’approdo al mondo delle due ruote a motore confermava assolutamente questa mia posizione: L’unico modo sicuro per non farsi male è non cadere.

La sicurezza passiva garantisce un certo tipo di protezione ma non la totale sicurezza di non farsi male, per questo chi come me aveva già capito cosa significa farsi male la “passività” risultava assolutamente insufficiente.

Ma come sono arrivato in effetti a questa importante scelta prima di salire in sella per la prima volta? 

La risposta a questa domanda è uno dei punti cruciali e più importanti relativamente al risultato ottenuto, è da qui poi che sono maturate le condizioni che hanno portato al risultato odierno; anzi posso affermare che questa E’ la condizione primaria senza la quale tutto sarebbe stato dolorosamente diverso.

Ed è dolorosamente diverso per molti di quelli che, di questa condizione, non ne hanno potuto, per un motivo od un altro, goderne.


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35 ANNI IN SICUREZZA - 2) Cadere per Imparare

I Bambini per imparare a camminare devono conoscere le conseguenze del cadere

 

L’esperienza maturata negli anni ha fatto sì che potessi arrivare al mondo delle due ruote a motore con  coscienza e un particolare e fondamentale approccio;  perché per sapere cosa succede quando si cade non c’è miglior lezione di quella di cadere…..

Ma se in precedenza ho sostenuto che non sono mai caduto in tutta la mia carriera, dove sta la fregatura??

La spiegazione è abbastanza semplice, dato un certo tipo di influenza giovanile e visto il periodo (parliamo degli anni ’70 e inzio anni ’80) in cui il fuoristrada, nella fattispecie motocross e enduro, la facevano da padrone non potevo che seguire un percorso ben preciso, iniziato ben prima della possibilità di guidare un mezzo a motore.

Un percorso che di fatto inizia quando la prima cosa che cercavo una volta tolte le rotelline alla bici era una cunetta sulla quale saltare, ma molto più realisticamente prende il suo via con il possedere la regina delle biciclette da fuoristrada/cross: una bella Graziella.

Modificata togliendo i parafanghi con la quale scorrazzare in tutti quei contesti in cui si può ritrovare un dosso una cunetta una curva parabolica sterrata, un percorso fuoristrada; all’epoca tutto andava bene dall’argine dei fiumi sabbiosi ai cantieri delle case in costruzione in parte lasciati incustoditi (era un epoca più avventurosa e meno tutelata per noi bambini…) alle piste di pattinaggio dove di posavano assi e mattoni per realizzare dei trampolini più o meno sicuri.

Ma non era soltanto per questo che si caratterizzava il periodo, era il tempo di ragazzi che guardavano pochissimo la tv e non conoscevano l’alienazione regalata degli smartphone e dalle consolle di gioco; erano giovanissimi che giocavano e si raggruppavano per isolati confrontandosi e sfidandosi tra di loro in numerose attività sportive o similari; nelle cittadine come quella dove io abitavo erano stessi cortili delle scuole ad essere utilizzati per queste attività e le gare di ciclocross venivano organizzate proprio in una di queste scuole.

In queste strutture venivano svolte “abusivamente”attività come il calcio la pallavolo, il rugby senza che di fatto nessuno si sentisse in dovere di farle cessare; al tempo non era ancora nata la consuetudine in incolpare altri per le nostre negligenze: noi eravamo gli unici responsabili della nostra sicurezza; l’unico supporto dato dalla madri (i padri erano ancora di vecchio stampo, interagivano relativamente con i figli e quando lo facevano erano dolori….) era il seguente:

“Vedi di non farti male perché poi quando troni a casa ti faccio male anche io!!!”

E di questo supporto ne avevamo piena coscienza dato che le occasioni per farsi male non le facevamo certo mancare: attività come il pattinaggio o le discese con i Kart autocostruiti dotati di cuscinetti al posto delle ruote avevano segnato profondamente più di una parte del nostro corpo e le reazioni delle nostre amate madri a tali ferite erano state tutto tranne che comprensive!

Tornando in tema; Ecco apparire un primo fattore determinante per la mia crescita professionale, al quale seguirà un secondo ancora più importante.

La Graziella non è stata la mia prima bici, per un determinato periodo ho avuto anche una bicicletta da Cross con gli ammortizzatori all’epoca pesava circa 8 tonnellate ad ogni tre pedalate due venivano assorbite dagli ammortizzatori.

Tecnicamente era all’avanguardia ma non era il mezzo adatto alle mie esigenze e alla mia esperienza

non c’era niente da fare all’epoca la Graziella era l’arma migliore per combattere nei campi da ciclocross leggera agile, si dimostrava imbattibile in questi contesti. Insostituibile

In queste gare gli scontri erano veramente all’ultimo sangue: partenze in gruppo, salti anche esagerati, curve paraboliche affrontate dopo una veloce discesa spalla a spalla, una bagarre infinita… e maledettamente divertente!!

Rovinare a terra in queste battaglie era ovviamente molto frequente e la cosa non si rivelava così piacevole nonostante le velocità ridotte le conseguenze di queste cadute erano spesso dolorosissime e non erano legate solo ad abrasioni più o meno profonde di ginocchia e gomiti;  a volta qualche braccio o qualche caviglia si spezzava costringendo il malcapitato ai 40 giorni canonici di gesso, un segno quasi positivo che contraddistingueva il fatto di essere attivi e combattivi!!

Nasce quindi in questo particolare contesto la consapevolezza che cadere a velocità basse causa dolore e lesioni più o meno gravi, da questa consapevolezza inizia a germogliare un pensiero ancora latente: se questo è il risutato di cadute a bassissima velocità, cosa potrà mai succedere a velocità decisamente superiori??

 

A breve sarebbero arrivati i 14 anni e con l’agognato motorino 50cc eravamo pronti ad affrontare un mondo dai confini un po’ meno ristretti….


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La Sicurezza in Moto: la Distanza di Sicurezza

Una degli atteggiamenti più pericolosi del viaggiare in moto è la mancanza di percezione per quanto riguarda il pericolo stesso; dato che ormai la maggior parte degli utenti arriva ad un utilizzo delle due ruote successivo a quello delle 4, la percezione che ha della pericolosità del mezzo in relazione all’ambiente che lo circonda non è reale, è per questo motivo sostanzialmente che si evidenziano comportamenti altamente nocivi se tenuti guidando una moto.

Uno dei comportamenti errati e pericolosi più visibile è quello che riguarda la distanza di sicurezza;  esso risulta troppo spesso relativo ad una percezione automobilistica che, soprattutto in ambienti urbani, trasmette un livello di rischio sicuramente basso; un tamponamento a bassa velocità in auto tendenzialmente è più una rottura di scatole per quanto riguarda il riempimento del CID destinato alla assicurazione ed al costo della riparazione dell'auto non necessariamente da effettuare...

Manca quindi quasi totalmente la percezione di quella che è realmente la pericolosità di questo comportamento, tamponare chi ci precede in sella ad una moto porta quasi sempre a conseguenze assolutamente spiacevoli ad iniziare da quelle puramente tecniche/economiche (che sembrano essere quelle più sensibilizzanti); andare ad urtare un ostacolo con la parte anteriore di una di una moto significa dover procedere a delle verifiche strutturali relativamente alle forcelle e allo stesso canotto di sterzo, verifiche che spesso risultano anche onerose oltre a tutti vari danni "collaterali" dato che in questi casi risulta molto difficile restare in piedi.

Secondariamente (ma la nostra salute NON deve mai essere in secondo piano) dobbiamo anche considerare che più spesso di quanto si pensi avremo anche delle conseguenze fisiche perché tamponare significa nella maggior parte dei casi cadere, e anche una caduta a bassa velocità può risultare fatale; un mezzo di oltre 200 kg che ti cade addosso può non essere piacevole causando danni fisici anche di notevole entità pur muovendosi in ambienti urbani a velocità relativamente basse.

E' quindi per questi comprensibili motivi che il consiglio, per quanto riguarda questa scheda della sicurezza, è quello di mantenere le distanze di sicurezza in ogni frangente, verificando anche che le stesse vengano mantenute da chi ti segue; in questo caso per ottenere questo ci sono sostanzialmente due modi il primo è quello di richiederlo in maniera visibile con dei gesti o  magari accendendo le quattro frecce (ma con l'italiota questi sistemi non risultano solitamente molto efficaci).

L’altro sistema invece consiglia di togliersi l’impiccio in qualsiasi modo perché la cosa più importante è e resta la nostra sicurezza, e dato che in questo paese nessuno pensa a tutelare gli utenti a due ruote (e chi dovrebbe farlo, spesso si perde in battaglie di dubbia utilità)  perché il far rispettare le distanze di sicurezza a quanto pare non è una cosa da prendere seriamente in considerazione; allora mi sembra più che giusto che vengano messe in atto da parte nostra, una delle categorie più deboli della strada, tutti gli accorgimenti per non essere vittime degli imbecilli e dell'inciviltà

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La Sicurezza dell'insicurezza

L’imbecille salta completamente lo stop, non guarda minimamente dalla mia parte e riesco ad evitarlo per un pelo; gli suono… mi manda  quel paese! Lo affianco incazzato come una bestia e gli dico che al diavolo ci manda sua madre:

-          Sai che potevi ammazzarmi?

-          Esagerato, e comunque non ti avevo visto

-          Visto?? Tu non ha mai guardato dalla mia parte "incivile", e se mi vieni addosso con l’auto puoi anche uccidermi

-          (infastidito) Quante storie, non è successo nulla!

-          Allora visto che non è successo niente mi auguro che succeda la stessa cosa a te magari con un bel TIR, grandissimo "incivile"

 

Cronache di ordinaria follia, ma purtroppo ordinaria, quando in un giro di circa 6 ore ci provano in tre a buttarti a terra capisci che il problema diventa sempre più drammatico così come l’indifferenza di chi dovrebbe controllare e porvi rimedio, oltre che punire i comportamenti pericolosi.

 

Dopo il suddetto esempio civico tocca ad un altro invasato con furgoncino provare ad avviarmi verso l’ospedale infilando continuamente in suo paraurti sotto il mio porta targa, ovviamente la mia richiesta di distanza di sicurezza ottiene solo un bel vaffanculo; il terzo decelebrato mi supera in presenza di doppia striscia continua passandomi a 5 mm dal manubrio, la mia rabbiosa reazione consiglia all’imbecille un pronta ritirata previo consistente rallentamento  e scomparsa nelle retrovie.

Purtroppo la situazione stà degenerando sempre di più; alla ossessiva volontà dell’Italica inciviltà di non volere mai ammettere il torto si affiancano comportamenti sempre più lesivi verso gli altri ma anche se stessi come il massiccio non utilizzo degli indicatori di direzione, l’utilizzo assassino degli smartphone alla guida, per non parlare del caparbio utilizzo delle corsie di sorpasso in autostrada senza nessuno da sorpassare da parte del’80 % della popolazione viaggiante.

Ed in mezzo a tutta questa bolgia infernale tentano di sopravvivere quattro imbecilli come me che nonostante tutto continuano ad emozionarsi ed a divertirsi in sella ad un moto in barba a chi vive solo di frustrazioni e cerca sollievo lottando mm per mm ad ogni rotonda ed ogni confluenza stradale.

Una riflessione però è d’obbligo; penso al primo incivile e a cosa sarebbe successo se mi avesse preso ed io non avessi potuto più dire la mia: “non l’ho visto” avrebbe dichiarato, mai e poi mai avrebbe detto “non ho guardato da quella parte” ovviamente.

Ovviamente; ma non abbastanza per chi basa le sue statistiche su queste dichiarazioni ottenendo come logica conseguenza che se “non lo ha visto” significa che il motociclista non è visibile e quindi… udite udite, facciamogli indossare un bel giubbottino giallo, e magari anche un bel casco anch’esso giallo, poi se volesse verniciare anche la moto di un bel giallo fluo, tanto meglio.

La mia di statistica dice invece che chi non mi ha visto nel 99% dei casi dalla mia parte non ci ha proprio guardato e che quindi il giubbottino giallo serve solo a ritrovarmi meglio dopo l’incidente.. niente altro.

Per non parlare poi della straordinaria identificazione della vittima come “vittima della strada” nell’ennesimo tentativo di deresponsabilizzare chiunque si renda colpevole di idiozia stradale; già, perché io sinceramente in tutti questi anni non ho mai visto la strada che tenta di uccidermi, di imbecilli che ci provano ne ho visti migliaia ma di asfalti che si sollevano e tentano di schiacciarmi o di farmi sbandare, mai.

Patetico per non dire deleterio il “supporto” delle associazioni di categoria piuttosto che delle riviste di settore il cui unico proposito è quello di far approvare al più presto leggi in grado di obbligarci ad indossare anche la cotta medievale sotto l’armatura in titanio sulla quale si indossa un comodo giubbino con le protezioni, l’air bag, il paracadute posteriore, un gancio di sicurezza ancorato ad un elicottero di supporto ed una controfigura ben pagata per le strade più pericolose…

Cosa fare secondo loro quando tentano di ucciderci?  

Tacere, abbassare lo sguardo e scappare a gambe levate; in Italica modalità; nemmeno il conforto del ruggito, il ruggito del coniglio.

Praticamente inutile invece parlare delle forze dell’ordine, il cui compito principale è quello di rimpiattarsi dietro ad un autovelox oppure fare posti di blocco nei quali, se va bene, si fermano quelli che vanno troppo veloci; tutto il resto non interessa.

Distanze di sicurezza, svolte non segnalate, specchietti chiusi, consultazioni di smartphone, occupazioni abusive di corsie di sorpasso, e chi ne ha più ne metta non interessano a nessuno.

E l’asserire che mancano le risorse è una scusa che non regge, perché non servono mille controlli ne basta uno che lo faccia sul serio; provate solo a pensare all’effetto della notizia che macchine senza contrassegni della polizia vagano invisibili per le nostre strade e dell’ effetto della foto che ti arriva a casa, immortalato mentre gigioneggi su face book alla guida della tua auto, unita alla sospensione della patente per un annetto senza nessuna possibilità di contestazione.

Effetto “timore”; proprio come in Svizzera, dove la polizia sembra essere una leggenda dato che non ho mai visto un pattuglia ma dove sai benissimo che se sbagli, paghi.

O in Francia dove la polizia osserva e punisce, senza farsi interire dalle tristi storie di mamme in fin di vita o mogli partorienti 7 gemelli.

Il risultato: civiltà e maggior rispetto del prossimo, il tutto supportato da molte meno frustrazioni; perché negli altri paesi europei a quanto pare lottare per il possesso della rotatoria non è un bisogno primario.


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Cavalieri e Armature

Il valore di un cavaliere si riconosce sicuramente anche dal coraggio, ma sul campo contano anche e sopratutto l’addestramento e la capacità di combattimento.

 Solo se queste caratteristiche sono uguali o superiori a quelle degli avversari il cavaliere ha buone possibilità di sopravvivere e vincere la tenzone o la battaglia; certo in qualche modo nel combattimento contava anche l’armatura, ma questa era soltanto un qualcosa in più che serviva ad aiutare il cavaliere a sopportare alcuni colpi che poteva non essere in grado di parare. Ma essa non poteva in nessun modo fare la differenza un codardo inetto ed incapace dotato dell’armatura più bella ed efficiente del mondo sarebbe stato soltanto un bel cadavere nel campo di battaglia; se poi sostituiamo alle suddette “attitudini” il coraggio alla codardia otterremo solo una velocizzazione della procedura di suicidio del cavaliere.

Un paragone, questo, che stamani mattina mi viene in mente in modo abbastanza spontaneo vedendo il comportamento di molti motociclisti all’interno del traffico, che nelle città risulta molto simile ad un campo di battaglia, che rischiano la loro incolumità centimetro per centimetro con comportamenti che sono difficilmente comprensibili.

La maggior parte di essi cavalcano moto stratosferiche sia dal punto di vista dei cavalli che dal punto di vista dell’impegno di guida ma come si può facilmente osservare, molti mancano di qualsiasi tipo di esperienza e di capacità di guida; se sono “codardi” vagano senza cognizione di causa da una corsia all’altra, se invece sono “coraggiosi” sfidano senza timore paraurti, cofani e specchietti in ogni istante.

 

 

Purtroppo per entrambe le categorie il rischio di perdere la battaglia risulta drammaticamente (troppo) alto e la frequenza di incidenti di varia gravità assolutamente insostenibile ormai…

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