La strada ciclabile denominata “Sentiero della Bonifica” attraversa per un lungo tratto la Valdichiana, sostanzialmente da Arezzo a Chiusi, cosi chiamata così perché un tempo, era percorsa dal fiume Clanis, che in un certo momento storico cominciò a impaludarsi.
La prima responsabilità fu data all'operato dei romani, secondo una teoria per la quale lo sbarramento del fiume sarebbe servito a ridurre le ondate di piena del Tevere; ma le cose, a quanto storicamente è stato possibile accertare, non stanno proprio così, anzi.
I romani traevano numerosi benefici dal Clanis, che come già detto era navigabile, e da parte dell’Urbe venne presa in considerazione solo la possibilità di deviarne in Arno le acque ma la ferma opposizione delle popolazioni che vivevano lungo il fiume, preoccupate per le potenziali piene, mise fine al progetto.
Video, mappa e GPX a fine pagina
La costruzione della medievale diga del Muro Grosso, durante il dominio di Matilde di Canossa e del Sacro Romano Impero nell’ XI secolo, sarà la vera causa dell’impaludamento della Valdichiana e della nascita del lago dalle acque ferme, a causa del quale la malaria inizia ad essere presente nella zona a partire dal XII secolo. Condizione, quella della Valdichiana documentata anche da Dante nella Divina commedia:
Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra il luglio e il settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti insembre;
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.
La presenza del lago è documentata da una celebre mappa di Leonardo da Vinci del 1503, “Mappa della Valdichiana”, che rappresenta probabilmente un primo strumento di analisi per la bonifica della palude, e da alcuni toponimi come quello di “Porticciolo” per alcuni poderi, o quello di Porto per il borgo nel comune di Castiglion del Lago o di Ponte alla Nave nei pressi di Arezzo.
Ed è proprio durante il Rinascimento che iniziano i tentativi più concreti di bonifica della palude, in zona pontificia con l’abbattimento del Muro Grosso su disposizione papale, e in Toscana grazie all’interessamento di Cosimo I de’ Medici, granduca di Toscana; una ulteriore demolizione della diga si avrà nel 1780 (dopo che era stata ripristinata a causa di una inondazione del Tevere) per arrivare a quella definitiva del 1937 che ne cancella quasi ogni traccia.
Da parte Medicea la bonifica prenderà in esame anche tutta quella parte di Maremma impraticabile a causa delle paludi e della malaria.
Le opere di bonifica procederanno con alterne fortune anche durante il governo dei Lorena per poi venire considerate terminate grazie alle opere dell’ingegnere e Conte Vittorio Fossombrani eseguite tra il 1789 e il 1827; a partire da quella data serviranno solamente opere di mantenimento.

Le successive opere tese alla “messa in pendenza” delle terre circostanti il Canale Maestro della Chiana utili ad agevolare lo scorrimento della acque verso Arezzo, auspicate dallo stesso Fossombroni saranno terminate in epoca fascista.
Il canale maestro della Chiana, che è quello che oggi stiamo seguendo, pedalando sul sentiero della Bonifica, fu realizzato in una prima versione embrionale nel XIV secolo, per poi essere ampliato, modificato, male utilizzato, ed infine dotato di tutti gli argini e gli allaccianti utili alla bonifica che oggi possiamo ammirare durante la nostra escursione; non dimenticando che stiamo attraversando quello che un tempo era un malsano territorio paludoso.
Bene, tornando a noi, e ricordando che il percorso totale misura circa 80 chilometri possiamo ipotizzare che arriveremo fino a... non lo sappiamo!
Oggi siamo in sella alla MTB classica dopo la rottura della trasmissione della nostra E-Bike in attesa dei pezzi di ricambio, e per quanto il percorso sia essenzialmente pianeggiante non abbiamo, realisticamente, ne la forza ne il tempo per arrivare fino alla antica città Etrusca.
Vediamo quindi fin dove possiamo arrivare, per poi tornare indietro oppure usufruire di una delle diverse stazioni ferroviarie che sono disponibili lungo il percorso grazie alle linea Arezzo/Sinalunga ad ovest del canale, oppure a quella Roma/Firenze ad est dello stesso.
Vero è che ad un certo momento sarà superato il “punto di non ritorno” ovvero quella distanza che non siamo in grado di percorrere anche in senso contrario e oltre il quale sarà obbligatorio utilizzare il treno.
Allora, la ciclabile della Bonifica, beh, possiamo dire che è una ciclabile facile, è praticamente tutta pianeggiante, non ci sono strappi, salite, tranne qualche brevissimo saliscendi per passare sotto i ponti, piuttosto che, ma niente di impegnativo.

Quello che però possiamo affermare è che non è una strada particolarmente panoramica, e non è particolarmente eccitante dal punto di vista paesaggistico; qualcuno l'ha definita anche noiosa dato che non ci sono punti lungo questa ciclabile dove si possa si possa gridare alla meraviglia.
Ma è comunque piacevole percorrerla perché siamo in mezzo alla natura, attraversando campi coltivati e piccoli boschi si respira la primavera come oggi stiamo facendo, regalando anche qualche scorcio collinare piacevole o la vista panoramica sui principali borghi e castelli che dalle colline circostanti la sorvegliano (ovviamente costruiti in collina), come Castiglion Fiorentino, Foiano della Chiana, Il Castello di Montecchio Vesponi e la bellissima Cortona.
La Ciclabile della Bonifica inoltre è a tutti gli effetti una importante via di comunicazione dato che si interfaccia con la Ciclovia dell’Arno che da Stia in Casentino raggiunge (raggiungerà) Marina di Pisa creando Il sistema integrato Ciclovia dell'Arno - Sentiero della Bonifica che raggiunge i 500 km di estensione grazie ai collegamenti con stazioni ferroviarie, centri urbani, e molteplici luoghi di interesse turistico.
Per quanto riguarda invece il nostro percorso che Arezzo porta fino a Chiusi sono possibili numerose deviazioni turistiche e naturali, come quelle verso i borghi e i castelli sopra citati, quella verso Castiglione del lago e la ciclabile del Trasimeno, oppure verso i laghi di Chiusi e Montepulciano anch’essi raccordabili con il lago Trasimeno e che abbiamo già affrontato in sella.
Comunque anche pedalare in questo contesto ha il suo perché; perché comunque si pensa, si riflette, si apprezza la natura, il silenzio, i profumi, che in questo momento primaverile veramente tanti e intensi; e poi la tranquillità, la pace, la solitudine, l'assenza di rumore, l'assenza di macchine, l'assenza di “violenza”, di fretta, di frustrazioni, la stessa assenza umana che rende il tutto maledettamente rilassante, accompagnato dal lento pedalare per il quale devi fare affidamento solo a te stesso.
Rilassarsi liberandosi da quello stress della vita moderna già sottolineato da un celebre pubblicità degli anni ’70 (del secolo scorso), ma noi invece che il Cynar, ci gustiamo questa bella pedalata, sulla via della bonifica.
E-bike, sì lo so, ci sono tanti puristi che non vedono di buon occhio il concetto della bici elettrica: “facile così, ma così sono tutti capaci, etc”, ma il punto è, per quanto mi riguarda, che la bici (come del resto la moto è un mezzo), non il fine.
Noi amiamo fare turismo, viaggiare, emozionarsi, e se per fare questo serve la bici elettrica allora usiamo la bici elettrica, anche perché, purtroppo, abbiamo raggiunto un'età a causa della quale l'allenamento per poter raggiungere certe prestazioni dovrebbe essere costante, e noi non abbiamo né il tempo e, onestamente, neanche la voglia di allenarsi costantemente.
Perché, e questo è fondamentale, ci piace andare in bicicletta ma per farlo abbiamo bisogno di motivazioni e di una meta da raggiungere, il fare chilometri solo per allenamento non costituisce stimolo alcuno, e anche se iniziassimo a farlo smetteremmo dopo pochi giorni, annoiati.
La e-bike serve sostanzialmente a recuperare un microcosmo che durante viaggi in moto abbiamo sicuramente ignorato e che adesso invece riusciamo ad esplorare pedalando tranquillamente, ammirando paesaggi straordinari e passando da un borgo all'altro, da un castello ad una chiesa romanica generando emozioni e suggestioni anche in contesti territoriali più volte esplorati, come la nostra Toscana, della quale pesavamo di conoscere ogni sasso. Ricordate:
“Un viaggio non si misura in chilometri, ma in emozioni che è in grado di regalare,
più elevato è il loro numero, più alta sarà la voglia di ripartire una volta raggiunta la meta”
Bene, dopo 25 km, più o meno, pedalando e chiacchierando, ci stiamo avvicinando a Foiano della Chiana, adesso dovremo prendere una decisione abbastanza importante, proseguiamo per la prossima stazione ipotizzando il rientro in treno oppure iniziamo a tornare sui nostri passi, dato che 30+30 fa 60 chilometri e la nostra autonomia non arriva oltre?
Una domanda alla quale, apparentemente, non è semplice rispondere, ma che, date le nostre caratteristiche, prevede una sola risposta possibile: proseguire! Perché tornare indietro, sulla stessa strada non ha nulla di particolarmente emozionante, oltre a togliere importanti risorse utilizzabili invece per andare avanti. Verso nuove emozioni
A questo punto ci sono anche altre considerazioni da fare, mentre si pedala decisi verso sud, è vero che la bici elettrica permette di fare quello che altrimenti non potrei fare, ma è anche vero che questa sua potenzialità nasconde anche una limitazione, che è data dalla sua autonomia.
In condizioni più o meno normali, utilizzando il livello minimo di assistenza si arriva a un massimo di 60 km da autonomia, che in linea di massima ci consente di fare molto, ma che resta sempre una limitazione, dato che senza assistenza la bici (la nostra bici) non è più pedalabile, e quindi non è possibile proseguire oltre. Ci è capitato, e ci capiterà ancora, di dover spingere di la bici negli ultimi chilometri di un tour al limite della potenzialità e dove una salita più ripida del previsto ha limato i 4 / 5 chilometri necessari per arrivare al Doblò.
Pedalando invece con la bici tradizionale, questa limitazione non esiste, ma entra in gioco la limitazione sopra analizzata, perché in un percorso come quello di oggi siamo sicuramente in grado di arrivare ai 40, 50, 60 km, magari arrivare anche a Chiusi, ma se nel percorso sono presenti salite più o meno ripide rischia di diventare non completabile, regalando delusione e frustrazione invece di divertimento ed emozioni.
La soluzione ottimale?
Non esiste, la coperta è sempre troppo corta; ma va bene così.
Intanto arriviamo ad una imprevista deviazione indicata da un cartello che indica la stazione ferroviaria di Camucia, una possibilità che non avevamo preso in esame e che si manifesta in tutto il suo splendore deviandoci sulla ciclabile dei Principes Etruschi che permette di raggiungere la bellissima città Etrusca di Cortona, per la quale Camucia rappresenta la parte in valle nonché il collegamento ferroviario e stradale con il resto del mondo.
Ultimo tratto di un lungo pedalare che ci regala nuove ed intese emozioni, grazie al profilo sempre più vicino ed emozionante di Cortona che ci osserva dall’alto della collina, e alla natura che, sotto forma di colorate farfalle, ci scorta lungo il percorso; alzandosi leste in volo poco prima del passaggio della nostra ruota anteriore, che contemporaneamente evita precisa ogni forma di vita presente sul sentiero, regalandoci ulteriore meraviglia. Ulteriore riflessione, probabilmente la bici è l’unico vero mezzo di trasporto che può essere definito vegano, dato che rispetta praticamente qualsiasi forma di vita grazie alla sua ridotta velocità e sezione frontale, ovviamente premurandosi di tenere la bocca chiusa.
E intanto Cortona è sempre più vicina, così come la ferrovia che ci riporterà a casa!












































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