Borghi silenti dove la storia sussurra, adagiati su colline sospese tra un autunno e una primavera, che si fronteggiano sul campo di battaglia dell'inverno.
Antichi manieri solenni osservano emarginati, lo scorrere implacabile del tempo, nel ricordo di contese lontane.
Il profumo del mare che abbraccia l'aria invernale con il soffio tiepido di un giorno anomalo; l'asprezza maremmana che si scioglie nel tramonto sfumato nelle acque dove Tirreno guidò il suo popolo esiliato.
Questa la sintesi poetica di questa intensa giornata invernale caratterizzata da un piacevole quanto anomalo tepore e da un cielo azzurro che dissolve implacabile le nebbie che avvolgono Valdichiana e Valtiberina, punto di partenza del nostro viaggio
MAPPA, VIDEO E GPX DELL'ITINERARIO A FINE PAGINA
La nostra prima meta è inclusa tra i manieri della zona Etrusca del Tufo, che al tempo facevano capo, direttamente o indirettamente, alla potente famiglia degli Aldobrandeschi, sovrani assoluti del territorio compreso tra la Toscana e il Lazio il cui epicentro erano le terre Maremmane e della Valdorcia. Guelfi prima, Ghibellini dopo furono progressivamente assorbiti dalla Repubblica Siena, volontariamente o meno, con l’epilogo del 1331 quando Arcidosso, ultima fortezza Aldobrandesca, si arrese al Senese assediante.
Castell'Ottieri
Del castello si hanno le notizie a partire dal XIII secolo come proprietà della famiglia degli Ottieri, casato in orbita Aldobrandesca che dominava anche sui castelli di Sopano (si, non è un refuso, i ruderi si trovano vicino Sorano) e Montorio e che elesse a dimora principale il castello di Castell’Ottieri
Politicamente abili riuscirono a mantenere, non senza qualche difficoltà, il controllo sulla zona fino alla annessione al Granducato di Toscana nel 1616 come conseguenza della estinzione della dinastia.
La protezione di Siena alla quale si erano sottomessi li aiutò a difendersi dalle mire di Orvietani, Fiorentini e la Famiglia Orsini di Pitigliano che si contendevano il predominio della zona.
Oggi il piccolo villaggio sovrastato dei ruderi di quello che fu il castello principale dei possedimenti degli Ottieri è un suggestivo ma tranquillo borgo che si crogiola al sole invernale, animato dalla popolazione che conta poco meno di 200 anime.
Borgo che a partire dalla primavera vanta una frequentazione decisamente maggiore; grazie ai suoi 500 metri di altitudine, la vicinanza al Monte Amiata e la bellezza del contesto naturale circostante che lo rendono una meta decisamente ammaliante
Castello di Montorio
Il castello costruito per volere dei soliti Aldobrandeschi segue il cammino dei castelli vicini, come quello che abbiamo appena visitato; doverosa citazione invece per la Battaglia di Montorio importante evento legato alla cosiddetta “Congiura dei Baroni”.
Nella prima metà del XV secolo gli Aragona (Spagnoli) subentrano agli Angioini (Francesi) nel controllo dello Regno di Napoli dopo l’acquisizione di quello di Sicilia; i Baroni nel concreto timore di perdere parte del loro potere si oppongono agli Aragona con l’appoggio del Papa preoccupato di non avere più il controllo degli stati dell’Italia meridionale.
Insediati a Pitigliano grazie alla concessione degli alleati Orsini, le truppe Aragonesi confiscano Montorio (che sarà successivamente restituita agli Ottieri) per puoi muovere contro l’esercito Pontificio; la battaglia dell'8 maggio 1486 sancisce la vittoria Aragonese e obbliga il Papa a firmare il trattato di pace.
Il trattato, firmato da Ferdinando I d’Aragona e Papa Innocenzo VIII, prevede il pagamento dei tributi allo stato della Chiesa da parte degli Aragona, l’amnistia per gli Orsini e i ribelli che avevano combattuto per il re spagnolo e l’autodeterminazione per chi come L’Aquila si era ribellata agli Aragona.
Tre giorni dopo la vendetta Aragonese si abbatte implacabile sui Baroni ribelli; invitati con l’inganno ad una festa i Baroni furono arrestati e poi uccisi, i loro famigliari incarcerati e i beni confiscati; la città dell’Aquila verrà subito riconquistata e il vicario papale ucciso.
Pochi mesi dopo Ferdinando D’Aragona dichiara il trattato non valido rifiutandosi di versare i tributi promessi.
La vittoria Aragonese è totale.
Il castello che fu trasformato in una fattoria fortificata nel XVII secolo, e del quale restano poche tracce del medievale splendore, è oggi in parte residenza privata ma comunque in grado di regalare emozioni grazie anche alla storia che lo ha segnato indelebilmente.
I quasi 900 metri di altitudine, che progressivamente raggiungiamo, cancellano i privilegi concessi dall’atipico tepore nelle sottostanti colline che degradano la Maremma verso in mare, la nostra prossima meta si prostra al cospetto del Monte Amiata e qui l’inverno non si vince facilmente.
Castell'Azzara
Castello ovviamente Aldobrandesco che leggenda vuole fondato da uno dei tre fratelli che se lo giocarono a dadi e che lo dotò di tre torri, una per ogni fratello. Del castello oggi resta un palazzo sovrastato dalla torre dell’orologio.
La storia più recente narra di una relativa ricchezza del borgo garantita dalle vicine miniere che venne meno alla chiusura delle stesse e di vicoli divennero sempre più immoti e silenziosi a causa del progressivo abbandono.
Una inversione di tendenza si è avuta negli ultimi anni grazie al progressivo apprezzamento turistico che ha permesso a questo sincero borgo di tornare a vivere e che oggi racconta una storia fatta di fatica e privazioni con una autenticità che si è quasi del tutto persa in altri più rinomati villaggi.
Rocca Silvana
Costruita nel IX divenne presto possesso degli Aldobrandeschi, il territorio è sempre quello, strategicamente importante a causa delle miniere di Cinabro della zona venne infine conquistata dagli Orsini a differenza degli altri castelli che invece restarono saldamente in mano agli Ottieri.
Con la scomparsa della un tempo potente famiglia Orsini i possedimenti entrarono a far parte del Gradnucato di Toscana intorno alla metà del XVII secolo.
La rocca abbandonata al degrado è stata recuperata ad iniziare dal XX secolo ed oggi si staglia solenne contro il cielo azzurro adornata di una rigogliosa natura (in primavera) e silente sentinella delle vicine miniere di Cinabro,
Il Cinabro, il Monte Amiata e le Miniere di Morone
Perfetto emblema della duplicità della materia: splendore e pericolo, genio artistico e morte, ricerca spirituale e cruda realtà tossicologica, intrecciati in un unico, indimenticabile filo rosso nella storia dell'umanità; questo in maniera poetica descrive questo pericoloso ma importante minerale.
Importante perché da esso si ricavava il mercurio e la sua estrazione avviene da tempo remoto, in Cina e India si sono trovate tracce della sua esistenza risalenti a 3500 anni fa, anche Greci ed Etruschi lo conoscevano e così come conoscevano le tecniche per trasformare la rossa pietra in un metallo liquido presto associato alla figura del dio Mercurio.
Anticamente considerato come medicinale utile all’ottenimento di una buon salute ma anche come strumento per prolungare la vita era invece un elemento primordiale per gli alchimisti, imprescindibile per ottenere l’oro “semplicemente” cambiando il tipo di zolfo in esso presente; teoricamente dato che questo non è mai successo.
Nei secoli è stato utilizzato in molteplici modi, recentemente come componente dei termometri (oggi proibita) e parte di molti strumenti di laboratorio e come amalgama delle otturazioni dentali che, alcuni di noi probabilmente ancora hanno in bocca.
Ma, tutta questa meraviglia ha un risvolto drammatico, il mercurio infatti è letale per l’essere umano, tossico per contatto e inalazione causa un avvelenamento caratterizzato da demenza e allucinazioni che progressivamente porta alla morte; emblematica la figura del Cappellaio Matto in Alice e il Paese delle Meraviglie che prende ispirazione dai fabbricanti di cappelli che usavano il mercurio per conciare il feltro esponendosi alla mortale intossicazione.
Tossicità conosciuta da tempo conosciuta ma che non ha impedito l’utilizzo di manodopera umana per la sua estrazione, in epoca romana la condanna alle miniere di mercurio aveva l’equivalenza di una condanna a morte, e il suo utilizzo per scopi nefasti, si ipotizza che personaggi come Napoleone e Ivan il Terribile siano morti per avvelenamento da mercurio.
La presenza del Cinabro sul manto terrestre è molto rara ma la percentuale di mercurio rintracciabile all’interno del minerale è invece relativamente alta, questo consente un notevole risparmio nelle procedure di estrazione.
Tornando al nostro contesto odierno, le miniere del Monte Amiata, attive fino alla meta del XX secolo rappresentano il secondo giacimento più importante del pianeta dopo quello di Almadén, in Spagna; (chiuse in quanto non più remunerative non perché pericolose, l’estrazione prosegue in Cina, Tagikistan e Messico tra gli altri) oggi sono utilizzate come museo in grado di raccontare la drammatica realtà che fino a poco tempo fa vivevano le classi meno abbienti.
Nelle immediate vicinanze della Rocca Silvana si trovano le Miniere del Morone, tra le ultime miniere della zona ad essere dismesse sono state recentemente recuperate e messe in sicurezza per consentirne la fruibilità attraverso visite guidate che raccontano la storia del Cinabro e della sua estrazione.
Semproniano
L’itinerario previsto ci porta alla prossima tappa situata alla fine della influenza del Monte Amiata che rappresenta sicuramente uno dei borghi più suggestivi della zona, oltre che, per quanto ci riguarda, possibile dispensatore di prelibatezze enogastronomiche data l’ora e lo sguardo, tra l’affamato e l’interrogativo, di Lady Hawke.
Semproniano storicamente segue il destino dei castelli della zona, territorio, come già detto per i precedenti manieri finora visitati, sotto il controllo degli Aldobrandeschi fino alla sottomissione alla Repubblica di Siena e alla successiva conquista Medicea con la caduta della Città del Palio. L’abbandono che ne ha contrassegnato la storia recente, come del resto tutti i borghi di questo aspro territorio, non si è ancora arrestato, il comune che nel 1931 contava circa 3500 abitanti oggi ne conta poco più di mille.
La sua rivalutazione in chiave turistica più che meritevole è ancora troppo marginale per poter garantire al comune una ricchezza economica tale da arrestare l’emorragia soprattutto delle ultime generazioni, ma i presupposti per un progressivo aumento della percezione turistica ci sono tutti.
La riscoperta di antichi sentieri e la riorganizzazione di percorsi mirati a svelare i molteplici tesori naturali custoditi da questa terra permesso la realizzazione di una rete di itinerari pensati per essere pienamente fruibili dagli appassionati di trekking immersi nella rigogliosa natura che caratterizza questi luoghi.
La Rocca Aldobrandesca
Rocchette di Fazio
Pochi chilometri e siamo al cospetto della nuova tappa, un imperdibile borgo medievale recentemente recuperato dopo secoli di abbandono, piccolo gioiello nascosto in terra di Maremma.
Il poco territorio che la separa dai precedenti castelli ne modifica in parte la storia, simboleggiando l’estrema frantumazione dei possedimenti territoriali medievali e il rapido mutamento delle sorti di un maniero tipici dell’Italia del periodo.
Conosciuto fin dall’anno 1000 diviene possedimento Aldobrandesco nel XIII secolo per passare poco dopo sotto il controllo di Fazio Cacciaconti, Signore di Trequanda.
Il XIV secolo lo vede prima sotto Orvieto e poi conquista degli Orsini; l’espansione senese del XV secolo lo pone sotto la propria tutela militare che terminerà con la decadenza senese e la conquista medicea.
Periodo che vede l’inizio del suddetto abbandono con conseguente degrado che terminerà solo alla fine del XX secolo.
Oggi la pace che avvolge il borgo unita alla suggestione indotta dal recuperato passato regalano una esperienza davvero intensa a chi si avventura lungo la strade del borgo che portano, infine, al cospetto dei ruderi della onnipresente Rocca Aldobrandesca.
Con il sole che si avvicina sempre di più alle acque non più lontane del mare Tirreno ricordandoci che la giornata più corta dell’anno non è lontana, ci dondoliamo sulle colline sorvegliate dall’antico vulcano dirigendoci verso la costa; le previste tappe di Scansano e Pereta vengono rimandate ad una prossima escursione; adesso il nostro obbiettivo è assolutamente un altro, e il tempo scorre….
Ma è troppo tardi, almeno per raggiungere il punto di osservazione previsto; per fortuna le colline offrono numerosi punti di vista sul mare, il suggestivo complesso formato dal Monte Argentario e l'Isola del Giglio e il tramonto ormai prossimo. Un palcoscenico davvero emozionante.
Pereta
La fotografica “ora blu” ci regala lo sfondo sul borgo medievale di probabili origini romane; certo è che sia stato costruito dagli Aldobrandeschi a salvaguardia della importane via di collegamento che dalle colline portava al mare.
Primo tra i manieri a soffrire del declino del potere Aldobrandesco passerà nella mani del Conte di Donoratico prima di assoggettarsi a Siena nel 1345; il periodo immediatamente successivo lo vede preda di briganti in quanto non più difeso e abbandonato al degrado, dopo un rimpallo di possesso tra Siena e lo Stato della Chiesa tornerà sotto il controllo senese che si preoccuperà del suo recupero, dotandolo anche di una nuova cinta muraria. Il passaggio al granducato di Toscana è l’ultimo evento storico che vede protagonista Pereta prima del definitivo passaggio al Regno di Italia e al comune di Magliano.
Il programma odierno prevedeva la visita al borgo che verrà però rimandata ad altra escursione, privilegiando la visita notturna al suggestivo borgo di Magliano e le sue imponenti mura
Magliano in Toscana
Siamo in territorio Etrusco prima che Aldobrandesco, ed è proprio a Magliano che è stato ritrovato uno dei più importanti reperti archeologici di origine Etrusca: Il Disco di Magliano, importante strumento per la comprensione della scrittura del misterioso e civilizzato popolo che popolava il centro Italia prima dell’avvento di Roma.
Le mura che cingono il borgo e che possiamo ammirare anche dall’alto, percorrendo il camminamento di guardia, sono di costruzione Senese, la Repubblica di Siena infatti subentrò al controllo Aldobrandesco, successivamente come tutta la Toscana Magliano verrà inglobata nel Granducato di Toscana
Il viaggio finisce qui, passeggiando nel relativamente animato villaggio protetto dall'integra cinta muraria, godendo delle suggestioni che le luci artificiali regalano alle antiche mura e agli stretti vicoli; e mentre il respiro dell'inverno torna dominante torniamo verso il nostro Doblò pronti al rientro verso casa, serpeggiando sulle colline ora oscure sulle quali splendono le medievali testimonianze come sospese su di un mare nero.















































































































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