La meta principale di questo nuovo volo sulle ali della storia, dell’arte e del paesaggio, le Ali per Viaggiare, aveva catturato la nostra attenzione parecchio tempo fa, durante una uscita motociclistica dedicata alla esplorazione territoriale senza mete predefinite.
La suggestione ispirata dal Ponte del Diavolo e dal castello che si specchiava sulle acque del fossato, sospeso sulle gole scavate dal Fiora imponeva una visita decisamente più approfondita; ma anche del territorio circostante che, sorprendente, degrada verso il mare.
Siamo in quella parte della Maremma sospesa tra Toscana e Lazio, cuore pulsante del territorio un tempo dominato dal quel popolo di navigatori, commercianti, artigiani e guerrieri, prima popolazione civile dell’Italia, conosciuti con il nome di Etruschi.
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Castello dell'Abbadia e Ponte del Diavolo
Il Castello dell'Abbadia, situato in provincia di Viterbo, in quella terra Etrusca che i Latini chiamavano Tuscia, è un complesso di grande rilevanza storica e architettonica la cui storia è intrecciata a quella dell’antico ponte etrusco-romano del III secolo a.C. conosciuto come Ponte dell’Arcobaleno o del Diavolo.
Il ponte, costruito inizialmente in legno dagli Etruschi, serviva a superare il suggestivo canyon scavato dal Fiora; successivamente saranno i romani a sostituirlo con uno imponente in pietra, utile anche a far passare l’acquedotto che doveva alimentare la città di Vulci.
In epoca medievale, ignari della grandezza delle passate popolazioni, l’ardita struttura fu attribuita al lavoro del Diavolo mediante la solita leggenda, che abbiamo già sentito relativa ad altri ponti “diabolici”.
Ponti del Diavolo come quello di Borgo a Mozzano in Garfagnana, che che vede il demonio (ovviamente) sconfitto dall'astuzia popolare.
In sintesi, il diavolo promette la costruzione dell’impossibile ponte in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo attraverserà, i furbi popolani mandano come primo essere sul ponte un maiale; il diavolo per la rabbia generata dalla sconfitta si getta dal ponte. Vabbè…
Molto più concreta la leggenda che lo vede privo di protezioni laterali, condizione che obbligava chi transitava sopra di esso a bendare cavalli e muli per evitare che, spaventati, potessero cadere nel dirupo sottostante.

Ma torniamo al castello che deve il suo nome alla sua origine come abbazia benedettina, e che, a causa della sua posizione strategica sul confine tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana, tra il XII e il XIII secolo venne trasformato in fortezza.
L’attuale aspetto si deve alle trasformazioni volute dal cardinale Alessandro Farnese, futuro Papa Paolo III, in epoca rinascimentale che lo eleva a sua dimora.
Nei secoli successivi divenne prima parte del Ducato di Castro, proprietà di Luciano Bonaparte in epoca Napoleonica, dogana pontificia nel XIX secolo, e proprietà della famiglia Torlonia, prima di diventare, nel 1960, proprietà dello stato e ospitare il Museo Archeologico Nazionale di Vulci.
Lo scrittore inglese David Herbert in occasione di una visita alla fine del XIX secolo, descrive:
«"A ridosso del ponte, da questa parte, è la nera costruzione del castello rovinato, con l'erba che spunta dall'orlo dei muri e dalla nera torre.
Come il ponte è costruito con blocchi di tufo spugnoso, bruno-rossiccio, ma molto più quadrati.
E c'è all'interno un vuoto tutto speciale, Il castello non è interamente in rovina, è una specie di casa rurale.....".»
Museo Archeologico Nazionale
Il museo ripercorre, tramite i notevoli reperti archeologici, la storia della città Etrusca di Vulci, dalla sua nascita nel IX secolo a.C. fino alla conquista Romana del 280 a.C.
Consigliamo assolutamente la visita la museo data la quantità e la qualità dei reperti in esso contenuti utili a raccontare usi e costumi di un popolo, quello Etrusco, notoriamente misterioso.
Parco naturalistico e archeologico di Vulci
Siamo a 10 chilometri circa dalle rive del mare Tirreno, su di un altopiano, in un territorio bagnato dalla acque del Fiora, ed è qui che sorgeva una delle città-stato più importanti e potenti della civiltà Etrusca nonché sicuro membro della Dodecapoli.
Delle numerose città Etrusche, tra le quali ricordiamo Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Veio, Volsinii, Talamone, Sovana, Pitigliano, Statonia, Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle , Vetulonia, Populonia, Pisa, Fiesole, Volterra, si unirono in dodici per formare una alleanza militare ed economica.
Relativamente alle città che effettivamente formarono questa Lega, che leggenda vuole edificate da Tirreno, personaggio della mitologia Greca fondatore della stirpe Etrusca, non si hanno notizie certe, quelle che molto presumibilmente ne facevano parte sono Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Populonia, Volsinii (Orvieto), Chiusi, Perusia (Perugia), Arretium (Arezzo) e Volterra, ma subito rimpiazzate da altre nel momento in cui fossero venute meno le prerogative militari ed economiche.
Certo è che l’appartenenza alla Dodecapoli non impediva la concorrenza tre le città confederate, caratteristica questa tipica Etrusca che ne minava la potenza militare unitaria, e causa principale della loro decadenza a fronte dello sviluppo ed espansione della città di Roma.
Le prime tracce della sua esistenza, risalgono al periodo della prima età del Ferro, indicativamente intorno al IX secolo a.C., che distinguono diversi nuclei abitativi che poi si sarebbero uniti a formare la città di Vulci.
Sara l’abbondanza dei metalli, rintracciabili nelle vicine Colline metallifere e lungo la valla scavata dal Fiora a permettere la nascita dell’artigianato ed il conseguente commercio con le popolazioni vicine ma non solo, come suggerisce la scoperta della Tomba dei Bronzi Sardi attribuita ad una donna di origine sarda. Commercio che quasi sicuramente si estese fino alle colonie Greche presenti nella penisola italica.
La progressiva crescita dell’artigianato e l’espansione commerciale, soprattutto con i mercanti e ai relativi scambi commerciali fu decisamente importante nell’accrescere il prestigio di Vulci, che più volte si troverà alla guida della Lega nella decisa opposizione all’ascesa dell’ingombrante vicino: Roma.
Inizia così l’inarrestabile declino della città di Vulci, che, pur assunta al rango di Municipio Romano nel I secolo a.C. vede progressivamente diminuire la sua importanza, questo fino al VIII secolo d.C. anno del definitivo abbandono della millenaria città.
Tre sono i percorsi segnalati che si snodano all’interno del suggestivo parco, il percorso breve (km.2,300), il percorso completo (Km.3,500) e il percorso natura (km 1,500) che consentono di immergersi nella suggestione indotta dalle rovine dell’antica città camminando sul selciato romano e di ammirare anche il contesto naturale creato e protetto dal Fiume Fiora, nel quale spicca la bellezza del Lago del Pellicone.
Laghetto del Pellicone
Suggestiva oasi di quiete avvolta da pareti di roccia vulcanica e protetta da una fitta vegetazione è una tappa imperdibile lungo i percorsi che attraversano il parco di Vulci.
In queste acque e tra queste arcaiche rocce sono state girate scene iconiche di diverse pellicole cinematografiche, ricordiamo tra tutte la scena in cui Benigni e Troisi incontrano Leonardo da Vinci in “Non ci resta che Piangere” e la nuotata “sincronizzata” di Aldo, Giovanni e Giacomo nel film “Tre Uomini e una Gamba”
La Tomba della Sfinge (dall’omonimo ritrovamento, visibile al museo di Canino) e la Tomba dei Soffitti Intagliati (dai motivi scolpiti nei soffitti) sono visitabili nei pressi dell’ingresso principale del parco; altre tombe importanti sono invece visibili solo su prenotazione; come per esempio la Tomba François, scoperta nel 1857 da Alessandro François archeologo del Granducato di Toscana, unica nella zona dotata di un ciclo di affreschi.
Il ciclo in questione fu rimosso dalla tomba per conto della famiglia Torlonia, proprietaria del terreno, e trasportato a Villa Albani a Roma, dove si trova tutt’oggi, anche se raramente concessa al pubblico.
La riproduzione della tomba e degli affreschi in scala 1:1 è visibile al museo della Ricerca Archeologica di Canino
Il nostro viaggio prosegue, lasciata alle nostre spalle l’antica città Etrusca, alla volta della costa Tirrenica dove ci aspetta l’ultima visita della giornata incorniciata (speriamo) dalle luci spettacolari del tramonto.
Capalbio
Nell'ultimo lembo costiero della Toscana meridionale, nel cuore della Maremma, sorge Capalbio, borgo medievale dominato dal castello Aldobrandesco, meta imprescindibile per decenni del turismo “elitario” di una certa parte politica, ma che negli ultimi anni ha riguadagnato uno status decisamente più emancipato.
Questa terra custodisce tracce di un percorso umano che parte da lontano e che si intreccia, spesso fronteggiandosi, con la natura; mare, macchia e campagna contraddistinguono una terra selvaggia ricca di contrasti dove gli Etruschi prima e i Romani dopo, iniziarono a scrivere il primo capitolo di una lunga e complicata storia.
Le arcaiche fattorie Romane lasciano il posto ai latifondi del periodo Imperiale, sostituiti, secoli dopo, dai possedimenti Franchi e Longobardi con il medioevo che successivamente, orna le colline con i suoi borghi fortificati ed i suoi castelli.
Capalbio viene citata per la prima volta in un documento del 805 in cui il territorio viene donato da Carlo Magno alla abbazia locale, a partire dal XIII secolo passa dal dominio Aldobrandesco, al quale si deve la prima cinta muraria ed il castello, a quella degli Orsini.
Il passaggio nel 1416 alla Repubblica Senese inaugura un secolo di crescita e prosperità che vede la costruzione della seconda cinta muraria oltre al restauro della prima, che si interromperà bruscamente a metà del XIV secolo con la caduta di Siena e la conseguente sottomissione al controllo Mediceo, nella persona di Cosimo I de Medici.
Il graduale impaludamento dell’area iniziato già sotto il dominio Senese, che rende malsano e ostile tutto il territorio intorno a Capalbio causa il progressivo abbandono del borgo. A poco serviranno gli interventi, dei Medici prima e dei Lorena dopo, tesi al risanamento dell’area malarica; lo stesso Padre Ximens impegnato nel risanamento della Maremma, inviato in missione anche a Capalbio da Pietro di Lorena a metà del XVIII secolo, tornerà negativamente impressionato da quelle terre “mortifere”.
L’instancabile opera di bonifica iniziata dai Medici e proseguita dei Lorena continuerà anche dopo l’annessione al Regno di Italia del 1860; il territorio successivamente diviso in due latifondi di proprietà dei Vivarelli Colonna e dei Collacchioni sfrutteranno il lavoro dei contadini per tentare di risanare la palude.
Nasce in questo difficile periodo per la zona il fenomeno del brigantaggio, che scrive pagine tragiche della storia ma che genera anche numerose leggende elevando al rango di eroi personaggi di dubbia moralità più tesi ad accaparrarsi le ricchezze che a ridistribuirle ai poveri; ma il primo fatto costituiva già una sorta di rivincita per chi, sfruttato, viveva nella povertà estrema.
Al tempo sono molti i territori appannaggio di “leggendari” Briganti, e Capalbio è uno di questi, grazie alle gesta di Domenico Triburzi, difensore dei poveri.
Domenichino, brigante di Maremma
La storia di Domanico Triburzi, detto Domenichino a causa della sua non eccessiva altezza (1,60 m) è una storia violenta, che inizia con l'adolescenza, causata principalmente dalla povertà e dalla oppressione, e che si intreccia spesso con quella di altri briganti più o meno famosi, con i quali più volte sorgeranno sanguinosi contrasti che sfoceranno nell’omicidio.
Certo è che Triburzi avrà comunque un occhio di riguardo per i contadini e gli artigiani vessati dai crudeli e cinici proprietari latifondiari, tanto da creare una “Tassa sul Brigantaggio” che i ricchi dovevano pagare per evitare ritorsioni, i cui proventi veniva in parte donati ai contadini in difficoltà oltre a servire come fondo di sussistenza per le famiglie dei briganti uccisi.
La latitanza di Domenichino in Maremma dura 24 anni, dopo essere sfuggito anche alla determinazione di Giolitti che, nell’intento di sradicare il fenomeno del brigantaggio, manda nel 1893 in Maremma un numero elevato di uomini che riescono ad arrestare oltre 150 briganti.
Morirà nel 1896 dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri al quale non riuscì a sottrarsi a causa dell’età avanzata.
Della sua sepoltura si sa ben poco, trasfigurata anch’essa nella leggenda che lo avvolgeva in vita, ma all’interno del cimitero di Capalbio è identificata come Tomba di Triburzi la colonna che fu utilizzata dopo la sua morte per sostenere il corpo del brigante e scattare l’unica foto esistente di Domenichino, legato alla stessa e con gli occhi tenuti aperti da due stecchini…
Le modalità predatorie con le quali vennero gestiti i latifondi ne causarono presto la fine, il territorio profondamente impoverito venne così affidato ad alcune società. Poco e nulla nella realtà venne modificato, nonostante i proclami, durante il periodo fascista per quanto riguarda la malsana palude, si dovrà attendere il 1951 e l’istituzione dell’Ente Maremma per iniziare un definitivo percorso di bonifica e assegnare progressivamente le terre alla classe contadina da allora un po’ meno povera
La riforma agraria e la bonifica incoraggiano il deciso ripopolamento del territorio e della stessa Capalbio che successivamente diverrà meta prediletta di personaggi famosi come giornalisti, intellettuali, e politici che contribuiranno a creare quella patina di esclusività che oggi Capalbio sembra volersi scrollare di dosso.
Ammirando oggi questa fertile parte di Maremma, strappata con tenacia alle paludi, è possibile sentire il dolore e la fatica che la storia ha imposto alle popolazioni ma anche farsi abbracciare dalla storia millenaria di un territorio unico e suggestivamente selvaggio che nulla ha risparmiato alla umana caparbietà.
Numerose nei dintorni le mete di rilevante interesse, per proseguire il viaggio, che potete trovare sia nelle sezioni dedicate di Maremma e Lazio, sia nella mappa interattiva che trovate nella Home.
Il nostro odierno peregrinare oggi dovrebbe finire qui, ma mentre il cielo dispettoso ci impedisce la vista del tramonto sul mare e promette presto pioggia una improvvisa illuminazione ci prospetta una imprevista tentazione alla quale, ovviamente non potremo resistere.
Cascate del Mulino - Terme di Saturnia
Create dalla collera del dio Saturno che scagliò un fulmine a terra, le Terme di Saturnia sono state elette a luogo di villeggiatura già dagli Etruschi ai quali si accodarono tutti i popoli successivi ad iniziare dai Romani per arrivare agli Aldobrandeschi e agli Orsini.
Successivamente abbandonate al degrado vengono recuperate in epoca rinascimentale per trovare il definitivo riconoscimento salutare alla fine del XVIII secolo; il primo investimento che apre la strada all’attuale resort gestito dalla società Terme di Saturnia è del 1919.
L’acqua, che sgorga ad una temperatura costante di 37,5° con un flusso di circa 800 lt/sec., impiega circa 40 anni per compiere il percorso che inizia nelle profondità del Monte Amiata.
Ma più che il resort a noi oggi interessa un'altra parte del complesso termale, ovvero l’area detta delle Cascate del Mulino da sempre gratuita e fruibile 7 giorni su 7 e 24/24, che data l’ora e il giorno potrebbe non risultare troppo affollata.
Purtroppo o per fortuna, molto è progressivamente cambiato nei decenni, e dalla nostra "prima volta" tanti sono stati i cambiamenti.
Le cascate del Mulino infatti hanno riscaldato parecchi dei nostri inverni, ad iniziare dalla fine degli anni 80 del secolo scorso quando la zona era poco frequentata ma anche maltenuta e poco invitante.
Il recupero che ne è seguito ha permesso una migliore fruibilità grazie alla bonifica del luogo, al restauro del Mulino ma anche grazie ai parcheggi sempre più grandi (ma questo non è un bene) e alla presenza di bar e ristoranti; il tutto con la complicità della solita pubblicità social ha fatto si che le vasche siano costantemente prese d'assalto da troppi avventori rendendo poco gradevole l'esperienza.
Ma non sempre.
E comunque non nella tarda serata di oggi, complice l'orario e la gocce di pioggia che progressivamente iniziano a cadere; un degno finale per una giornata davvero intensa oltre che stimolante.















































































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