Dopo aver esplorato le raffinate atmosfere del Principato di Monaco, dove il fascino dei Grimaldi si intreccia con la modernità di una città-stato proiettata verso il futuro, rintrando verso casa, ci addentriamo con rinnovato interesse nelle terre della Liguria di Ponente, dove le tracce di antiche rivalità, con il nome dei Grimaldi anche qui si ode, e di un passato glorioso si rivelano tra le pietre di Dolceacqua.
Qui, la storia non è solo un racconto, ma un paesaggio vivo, segnato da fortificazioni, torri e castelli che narrano di popolazioni, signorie e battaglie, in un dialogo senza tempo tra la rocca e il mare, ed una suggestione che inzia nello stesso momento in cui appare il borgo protetto dall’antico castello.
Le prime testimonianze storiche di Dolceacqua affondano le radici nell’Età del Ferro, quando i castellari ,rozze ma imponenti fortificazioni in pietra a secco, svettavano sulle cime a ovest del territorio, e una torre vegliava a est attestando la presenza dei Liguri Intemeli, che tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C. presidiarono la zona a difesa dei villaggi, dei pascoli e delle terre coltivate, in un’epoca in cui la Liguria rappresentava un crocevia di culture e dominazioni.
Il Ponte di Monet
Claude Monet, uno dei padri fondatori dell’Impressionismo francese visitò Dolceacqua due volte, una delle quali in compagnia di Auguste Renoir; stregato dal celebre ponte medievale, con il suo unico arco a tutto sesto lungo 33 metri, tanto da definirlo un “gioiello di leggerezza” e un capolavoro di armonia gli dedicò ben due quadri.
Nel punto esatto in cui Monet posizionò il suo cavalletto, il Comune ha collocato due pannelli con le riproduzioni dei suoi quadri, che ritraggono il ponte e il castello, un omaggio che rende il borgo ancora più speciale per gli amanti dell’arte impressionista.
Gli gli originali: "Le Château de Dolceacqua" e "Vallée de Sasso, effet de soleil" sono visibil al Musée Marmottan Monet di Parigi
Fu con l’avvento dei monaci benedettini, durante l’epoca carolingia, che la coltivazione dell’ulivo e in particolare della pregiata oliva taggiasca conobbe una diffusione capillare; i religiosi, fondando il monastero di Santa Maria della Mota, introdussero tecniche agricole innovative e favorirono la costruzione di frantoi lungo i corsi d’acqua, dove i mulini ad acqua rivoluzionarono la produzione dell’olio.
Parallelamente, la viticoltura raggiunse livelli di eccellenza con il celebre Rossese, contribuendo a forgiare un’identità rurale che ancora oggi caratterizza queste terre.
Il borgo medievale
Il castello Doria e la signoria dei Ventimiglia
Nel XII secolo, i conti di Ventimiglia eressero il primo nucleo del castello, un presidio strategico sulla rupe che domina la biforcazione della valle del Nervia, la prima citazione ufficiale del borgo risale al 1151, e da allora la fortezza divenne il simbolo di un potere che si estendeva sulle strade e sui territori circostanti, controllando accessi e risorse con occhio lungimirante.
Tra il 1270 e il 1276, il villaggio di Dolceacqua passò sotto il dominio della famiglia Doria, che ne ampliò la struttura urbana, conferendole l’aspetto che ancora oggi ammiriamo; la storia di Dolceacqua è segnata anche da una feroce rivalità con i Grimaldi di Monaco, che solo nel XVI secolo lasciò spazio a un periodo di pace e prosperità.
Fu Bartolomeo Doria, nel 1526, a cedere i propri diritti signorili a Carlo II di Savoia, dopo l’assassinio dello zio Luciano Grimaldi, segnando così l’inizio di un’alleanza tra i Doria e la casata piemontese che durò fino al 1625, quando le ostilità tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova riaccesero i conflitti.
La leggenda dello “jus primae noctis”
Leggenda narra che nel XIV secolo il crudele Marchese Doria imponesse lo “jus primae noctis” sulle giovani spose del borgo; la giovane Lucrezia, piuttosto che cedere, preferì morire di stenti imprigionata nel castello. La rabbiosa rivolta popolare che ne seguì, con conseguente vittoria sul turpe marchese, venne festeggiata con la creazione della “michetta”, dolce tipico legato alla tradizione locale.
Ovviamente il fantasma di Lucrezia si aggira ancora oggi nel castello donando canti consolatori alle giovani spose durante le notti più buie.
Occupato dal Ducato di Savoia nel 1643 e restituito ai Doria nel 1652, Dolceacqua divenne un piccolo marchesato, nuovamente vassallo dei Savoia; le vicende belliche della guerra di successione austriaca (1740-1748) ne segnarono purtroppo il destino: il 27 luglio 1744, il castello subì gravi danni e si arrese alle truppe franco-spagnole.
Con la cessione della contea di Nizza alla Francia nel 1792, il marchesato di Dolceacqua fu integrato nel cantone di Perinaldo, nel dipartimento delle Alpi Marittime; il titolo dei Doria perse ogni valore con la soppressione dei feudi imperiali nel 1797.
La caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna del 1814 riportarono Dolceacqua sotto il Regno di Sardegna, nella contea di Nizza; con l’Unità d’Italia, nel 1861, il borgo fu incluso nel mandamento di Sanremo, nella provincia di Nizza, poi di Porto Maurizio.
La fontana del Rossese
In Piazza Mauro, una curiosa fontana attira i turisti: sembra sgorgare vino, ma in realtà è acqua colorata di rosso (non potabile!)
Simpatico omaggio al famoso vino Rossese di Dolceacqua, che si dice fosse così apprezzato da Napoleone che, scatenando la ferma opposizione locale, avrebbe voluto battezzarlo con il suo nome.
Dolceacqua non è solo un borgo medievale incastonato tra le colline liguri: è un viaggio nel tempo, raccontato dalle gesta dei Doria e mostrato dalle pennellate di Monet. Qui, il Ponte Vecchio sfida i secoli con la sua eleganza, il Castello dei Doria veglia sulla valle come un custode silenzioso, e le viuzze strette sussurrano storie di coraggio, amore e rivolta; ogni angolo, dalle fontane di “vino” ai portali in pietra nera, è un invito a scoprire l’anima autentica della Liguria, fatta di olivi secolari, vino Rossese e tradizioni che resistono al tempo.






































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Angelo (martedì, 17 marzo 2026 10:09)
grazie